Tuffarsi nel mondo

Tra i numerosi passaggi sottolineati nel libro "Il valore magico della parola", opera di Pavel Florenskij che sono finalmente riuscita a portare a termine (ne parlavo in un mio precedente post), ve n'è uno che vorrei riportare qua.
«Le parole d'amore che non ho detto / Nella mia anima mi bruciano e mi flagellano.5 Ecco: le parole bruciano e ustionano perché non si sono potute pronunciare quando era il momento di farlo. Eppure è la funzione delle parole quella di venir pronunciate, e penetrando nell'anima altrui produrre il loro effetto. La parola è pertanto la massima manifestazione dell'atto vitale di ogni persona, la sintesi di tutte le sue azioni e reazioni, la scarica del livello di vita interiore che si è accumulata, l'affetto che è divenuto manifesto. In origine, quando ancora si dominava meno la parola e la vita interiore spezzava con maggior pressione lo strato sottile della coscienza della vita di ogni giorno, o quando gli uomini erano più prossimi alla sorgente dell'estasi paradisiaca, la parola, secondo le più recenti tesi dei linguisti, non veniva pronunciata, ma piuttosto si liberava dal petto colmo di eventi e di esperienze sovracoscienti. Era una parola totalmente creativa, che estaticamente si tuffava nel mondo. In quel tempo la parola non detta, non pronunciata, veramente ha lacerato e divorato il petto in cui era serbata» (P. Florenskji, Il valore magico della parola, II edizione, Medusa Milano, 2005, pagg. 69-70. I due versi iniziali sono caratterizzati dalla nota numerata con 5, spiegata a pag. 74 dello stesso libro: K. Bal'mont, Slova ljubvi [parole d'amore], Moskwa 1900).
Casa mia, 2016
Ho deciso di condividere questo passaggio per un'unica ragione. Forse influenzata dalle teorie darwiniane circa l'evoluzione, nel mio immaginario ho sempre pensato che l'uomo agli inizi si esprimesse con suoni indefiniti, gutturali, animaleschi. Con già dentro l'intenzione di comunicare qualcosa, di ottenere ciò che era necessario alla propria sopravvivenza, ma pur sempre belluini. Florenskji ribalta le idee del mio immaginario.

Non so quali siano le teorie più recenti, sia quelle a cui si riferisce il filosofo e presbitero russo sia quelle a me contemporanee, non ho gli strumenti per provare che cosa sia vero, tuttavia è per me un bel capovolgimento. Quando "gli uomini erano più prossimi alla sorgente dell'estasi paradisiaca"... può essere che gli uomini cosiddetti preistorici o cavernicoli non avessero ancora sviluppato l'articolazione dei suoni, la formazione delle parole e la struttura grammaticale ("quando ancora si dominava meno la parola"), ma un cuore ce l'avevano, eccome. E, quindi, un'intelligenza della realtà. Altro che scimmie.

Rodengo Saiano, 2015
(immagine rielaborata, per evidenziare
l'effetto ottico di un arcobaleno
fotografato in controluce
verificatosi in pieno sole
e senza pioggia)
Mi domando che coscienza aveva di se stesso l'essere umano allora, ciò che chiamiamo gli albori della storia. Che intelligenza aveva di se stesso e della realtà che lo circondava. Che cosa si domandava, quando abbia iniziato, se c'è stato un prima e un dopo. Come se lo domandava. Se, appunto, se lo domandasse liberandolo dal "petto colmo di eventi e di esperienze sovracoscienti". Guardava al sorgere del sole e della luna, allo scorrere delle acque, al crescere delle foreste, al produrre versi degli animali, al passare invisibile del vento, al guardare amoroso dei propri cari, già nella pienezza del silenzio del proprio petto "lacerato e divorato".

E non già più si contentava della primaria sopravvivenza, di lance e selci, ma agiva compiendo azioni in-utili. Smetteva ciò che stava facendo, alzava gli occhi avanti a sé. Contemplava. Estaticamente si tuffava nel mondo.

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