Excrucior

Duomo di Gemona del Friuli, 2014

«Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior».

Quando guido verso il lavoro, e da tanti anni percorro la stessa strada, nell'uscire dal paese che confina con la città, esco da un orizzonte corto perché mozzato dai caseggiati verso dove una piana di campi si apre alle montagne sullo sfondo, care al mio sguardo. Come tutte le mattine, così anche oggi, in quella manciata di minuti si apre anche l'orizzonte mio e stamane mi è tornato alla mente questo carme di Catullo.

C'è di più, rispetto al tempo del liceo, una nuova coscienza. «Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7, 19). Ritrovarsi alla mente la poesia di Catullo e riassaporarla alla luce della lettera di San Paolo, senza pretese di appiccicare letture arbitrarie, mi ha destato stupore. E questo verbo latino "excrucior", che letteralmente significa "sono messo in croce", come mi catturava.

Trovo sia toccante la versione di Guido Ceronetti «Odio e amo. / Come sia non so dire. / Ma tu mi vedi qui crocifisso / Al mio odio e al mio amore». Già più della traduzione di Salvatore Quasimodo: «Odio e amo. / Forse chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così, e mi tormento» (trovate in Internet).

E, comunque, il crocifisso è venerato perché prima di essere il crocifisso è il Crocifisso. Non è l'oggetto che, portando il Signore, acquista la maiuscola di conseguenza. È quell'uomo, è un uomo che è stato fisso a una croce.

Non è immediato guardare alla realtà come segno e non come significato, crocifissa / al mio odio e al mio amore.

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