Anche se noi cessiamo di percepirlo

Caro A.,

come ti sto raccontando da qualche tempo, queste prime settimane dell'anno sono state un susseguirsi di giorni carichi di fatica e di domande. Appesantiti vieppiù da un lavorio mentale che si è alleviato soltanto ieri pomeriggio, trascorrendo qualche ora in giardino immersa nel silenzio dei primi lavori di stagione. Oggi pomeriggio non è stato da meno. Già la sola decisione di scegliere un luogo dove andare a scattare fotografie, cosa che non mi concedevo da qualche anno, aveva contribuito a consolidare quello spiraglio di pace. Ho guidato in direzione lago d'Iseo, la meta è stata il Monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d'Iseo. È un monastero medievale, oggi rientra nella rete europea dei siti cluniacensi. Si trova in altura rispetto alle sottostanti Torbiere e dal muretto si gode di un panorama bello. C'erano molte persone a passeggiare oggi, ma c'era soprattutto il silenzio e c'ero io.

Ho scattato decine di fotografie, sono arrivata sino al limitare del percorso nelle Torbiere, senza tuttavia entrarvi. A ridosso della ferrovia, si affaccia il monastero così come un vecchio casolare, un rudere in pietra, sicuramente proprietà di qualcuno, visti i lucchetti e i catenacci ai cancelli. Mi colpiscono sempre queste vecchie costruzioni, oggi più che mai. Forse ti sembrerà ridicolo, ma rinfocolano il mio senso religioso e trovano corrispondenza nella mia sensibilità e nostalgia con la stessa mansuetudine di un bimbo che si accovaccia nell'abbraccio materno. Anche quando guido per andare da un posto all'altro, o quando cammino in una qualche località, il mio sguardo si posa su questi vecchi mattoni, calce, terra, erbacce e travi schiodate.

Mi chiedo chi vi avrà vissuto, decine o centinaia di anni fa, se sono state persone felici, quali dolori avranno attraversato, dove sono adesso. E chi li ricorda. Già, che ne è stato di tutto ciò che hanno vissuto, l'impegno che hanno messo nel tirar su quei muri e tetti. Ci sarà qualcuno ancora che ricorderà in cuor suo il lavoro di tutte quelle anime, qualcuno che avrà ancora un pensiero per loro o, ormai, è già tutto dimenticato. Tutti dimenticati.

Sto leggendo un libro, caro A. Un libro che che avevo già tentato di iniziare a leggere almeno tre volte nell'arco di cinque-sei anni, ma mi ero sempre interrotta alle prime pagine. Un paio di settimane fa l'ho ripreso in mano e mi sembra così strano che quelle volte non mi avesse colpito così tanto come adesso, che lo sto sottolineando, approfondendo, annotando. Eppure, già allora l'avevo acquistato perché ero sicura che mi sarebbe interessato e subito. Solo che, forse, non sapevo già davvero quando mi sarebbe interessato. È un libro di Pavel Florenskji, si intitola "Il valore magico della parola". Dove per magia non si intende il mondo di trucchi o incantesimi, bensì -cito traendo dal libro- quella visione del mondo non mediata da astratte categorie scientifiche.

Mi sta colpendo al punto da andare a cercare in Internet il nome di Pavel Florenskji e mi ritorna, come risultato, il titolo di una sua opera. "Non dimenticatemi". Un libro che raccoglie le lettere scritte a sua moglie e i suoi figli dal gulag, dove poi morì. Un titolo non a caso, mi verrebbe da dire. La prima pagina web che apro riporta numerose frasi estratte dal volume e, tra queste, leggo: «La mia più intima persuasione è questa: nulla si perde completamente, nulla svanisce, ma si custodisce in qualche tempo e in qualche luogo. Ciò che è immagine del bene e ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo». Anche se noi cessiamo di percepirlo! E lo scrive da un gulag. Poi, ancora: «La vita vola via come un sogno e spesso non riesci a far nulla prima che ti sfugga l'istante della sua pienezza. Per questo è fondamentale apprendere l'arte del vivere, tra tutte la più ardua ed essenziale: colmare ogni istante di un contenuto essenziale».

Lungi da me l'aver trovato una risposta a tutte le mie domande (per grazia, aggiungo), ho trovato tuttavia una volta ancora chi risponde alle mie domande. Già su queste pagine scrivevo qualcosa di simile due anni fa (nel post del 30/11/2014).

«Non fate le cose in maniera confusa, non fate nulla in modo approssimativo, senza persuasione, senza provare gusto per quello che state facendo… Ricordate che nell'approssimazione si può perdere la vita. L'attenzione, come nel pensiero di Simone Weil, è essenzialmente una categoria spirituale… Cari figli miei, guardatevi dal pensare in maniera disattenta. Il pensiero è un dono di Dio ed esige che ci si prenda cura con tutte le forze del suo oggetto».

È interessante, interessa al mio cuore. Se ciò che ci accade è tutto collegato, come credo, e se l'aver individuato un nuovo libro e un nuovo autore da scoprire è il nuovo sampietrino su cui poggia il mio piede per procedere dal precedente punto su cui mi trovavo verso un nuovo punto, e così via finché un giorno finirò tra le braccia dell'eterno, credo a questo punto anche che tempo e spazio non procedano solo in modo rettilineo ma eseguano curve, attraversamenti e accelerazioni. Perché, pur se scorriamo in avanti sulla linea degli anni, l'amore il tempo e lo spazio ce li fa attraversare ed essere -ora- tra quelle braccia (un anticipo, almeno). Con la stessa mansuetudine di un bimbo. E scopro me stessa, creatura, e il mio Creatore negli incontri, nella realtà che mi si fa incontro.

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