Nel soffio del vento

Sul finire delle scuole medie ricevetti un regalo molto strano, in occasione di Santa Lucia. I miei genitori ritennero che era il momento di passare dai pensieri ludici a qualcosa di più serio e si fecero consigliare dai miei zii, maestri di scuola elementare. Quando aprii la confezione rimasi basita e delusa: era un dizionario. Non uno qualunque, era un dizionario di etimologia italiana. A scuola, per i temi, serviva quello di italiano e quello di inglese per lingua straniera. Mi sembrava un regalo arido, non mi sembrava un regalo per niente. Perché proprio quella cosa? Che me ne facevo, a dodici-tredici anni?

Al liceo iniziai a studiare il latino. Da un certo punto di vista era divertente, il latino: mi incuriosiva vedere quante parole italiane erano simili a quelle latine. Anche l'inglese, d'altronde, aveva caratteristiche in comune. All'università, studiando lingue straniere, preparando esami come glottologia e storia della lingua inglese sembrava tutto ancor più divertente. Anzi, interessante. Cioè, imparai che ci sono similitudini fra l'italiano, l'inglese, il greco, persino il sanscrito, l'iranico e l'armeno e tante altre lingue, sia estinte che parlate ancora oggi, in Paesi così distanti fra loro.

Tra le cose che mi incuriosivano, imparai che la lettera che nel linguaggio runico corrisponde pressapoco alla nostra "f" era ritenuta possedere un significato magico, perché è una lettera che si può pronunciare con un fiato unico e prolungato ed evoca il soffio del vento. Scoprivo che tutte queste cose mi affascinavano, perché mi parlavano sempre più di tempi antichi e remoti, mi portavano all'origine del linguaggio e delle parole. I suoni e le parole sembravano non essere stati scelti a caso per designare questo o quel significato, ma che vi fosse dietro un'intenzione, un'intelligenza. Tutto quel fascino mi stava portando a un'altra origine: di me, della vita.

Con il passare degli anni quel dizionario di etimologia iniziava ad assumere un valore diverso; iniziava ad assumere un valore. Tanti altri anni sono passati e quel valore diventa sempre più manifesto.

C'è una paroletta che oggi mi interroga di continuo, ma non per una questione etimologica. Credo che le varie discipline scientifiche e umanistiche possano impegnarsi per descrivere e spiegare l'universo e tutto ciò che esiste, possano cercare di rispondere a tanti "chi", "dove", "quando" e "come". Ma il "perché"? Chi o che cosa, se non una presenza, può rispondere a questo interrogativo?

Questa parola sembra così piccola, è così invisibile, passa spesso inosservata, eppure si fa carico di un peso enorme che ha la portata della vita umana. A questa parola è affidato il compito di portare con sè il senso religioso dell'uomo, che deve cercare sempre di darsi le ragioni di tutte le cose.

E così, un semplice dizionario, da arido che sembrava...

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