Anna dei miracoli (Arthur Penn)

Ho rivisto il film "Anna dei miracoli". L'avevo visto da adolescente, grazie a una tv locale che spesso trasmetteva pellicole in bianco e nero. Ne conoscevo già la storia, grazie al cartone animato "Il grande sogno di Maya" che guardavo da bambina.

"Anna dei miracoli" (il titolo in lingua originale è "The miracolous worker", USA 1962, per la regia di Arthur Penn) è un film drammatico, forte e molto bello, che mette al centro l'educazione.

Se "educare" deriva dal latino ex ducere, cioè "trarre da, trarre fuori", la protagonista Annie Sullivan ci regala una testimonianza grandiosa di che cosa significhi costruire e vivere le relazioni su un rapporto educativo reciproco. Interpretata da una brava e bella Anne Bancroft, che con questo film ha vinto l'Oscar come migliore attrice protagonista, Annie è una giovane donna che ha avuto un'infanzia difficile: nata quasi cieca, era stata messa in un ospizio dove venivano mandate grandi e piccine con problematiche diverse (abusi, malattie fisiche e mentali, gravidanze precoci e indesiderate). Dopo una serie di operazioni agli occhi, Annie torna a vedere, va a scuola e studia. Le dure circostanze l'hanno resa forte e, grazie alla propria caparbietà e determinazione, Annie è una che non si arrende.

Se ne rendono conto subito, a casa Keller, dove viene chiamata a servizio con la mansione di educare la piccola Helen: è nata sorda e cieca e, a causa di ciò, non è riuscita ad apprendere che le cose hanno un nome e che le parole hanno un significato collegato agli oggetti e agli aspetti della realtà che designano. Il pietismo ha sempre avuto il sopravvento nei famigliari, soprattutto nei genitori, che la giustificano in tutto. Mangia dai piatti degli altri e con le mani, butta per terra qualsiasi oggetto e lo rompe quando non ottiene ciò che vuole: ogni capriccio viene scusato e assecondato, e così Helen cresce viziata e selvatica. Annie capisce subito che è chiamata a educare non solo la piccola, ma tutta la famiglia.

Ai genitori basterebbe che la piccola diventasse più docile e disciplinata, ma Annie non si accontenta, non si può accontentare di questo. Helen ha l'intelligenza e le capacità di imparare, desidera imparare, solo che nessuno l'ha mai veramente guardata e ascoltata se non la madre, che ha intuito che la piccola può farcela, ma non sa come aiutarla.

Come un'ostetrica aiuta a "tirar fuori" un neonato dal ventre della madre, l'istitutrice cerca di "tirar fuori" da Helen un principio di conoscenza insegnandole un metodo, per il tramite dell'alfabeto dei segni. Ma prima deve riuscire ad arrivare a lei, a raggiungerla laddove un raggio di luce possa illuminarla nella sua zona buia. E quando Helen capisce che c'è un nesso tra segno, significante e significato, è difficile dire se la gioia più grande sia quella che prova lei o quella che provano Annie e la famiglia Keller. È una sola, insieme.

Anche Patty Duke ha ricevuto l'Oscar, come migliore attrice non protagonista per aver interpretato la piccola Helen Keller. Il film era uscito in seguito allo spettacolo teatrale, ispirato a una storia vera, dove la stessa Anne Bancroft recitava. Nel cartone animato "Il grande sogno di Maya", di cui dicevo all'inizio, la protagonista, Maya, è una ragazzina che vuole diventare attrice e nel corso di alcune puntate recita proprio la parte di Helen nell'omonimo dramma.

È per me magnifico come un fatto si riproponga nella mia vita, in maniera apparentemente slegata e casuale. Rivedendo questo film oggi, grazie all'esperienza cristiana in cui mi sto lasciando educare, scopro il valore e il significato di ciò che mi aveva affascinato e colpita quando ne conobbi la storia da ragazzina. Non s'è perso nulla, anzi. Non so se devo dire che s'è compiuto, concluso, perché non metto io la parola fine a un processo educativo inarrestabile (anch'io sono desiderosa di continuare a imparare, come Helen). S'è arricchito.

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