La donna e il campanile

Giovedì mattina mi stavo recando al lavoro, a Rodengo Saiano. Avevo una mezz'ora circa di anticipo ed ero indecisa se passare prima all'Abbazia olivetana, dal momento che soltanto una volta mi era capitato di trovarne la chiesa aperta. Arrivata all'ultima rotonda dove avrei dovuto svoltare nella sua direzione, mi sono decisa per il sì. All'ultimo secondo.

Nel passare davanti a un paesaggio campestre, all'improvviso esclamo "Eccola!", riferendomi a una fotografia che, come idea, era nata in me almeno cinque-sei anni prima. Guardando quel paesaggio già ne vedevo la fotografia, già vedevo che sarebbe stata una bella fotografia, che era la fotografia che avevo iniziato a desiderare tanti anni prima.

Il tema che da tempo mi sarebbe piaciuto fotografare era proprio un campo nel periodo estivo, quando dopo il passaggio dei mietitori rimane un'immensa distesa giallo paglierino costellata di enormi balle di fieno tondeggianti. Ho sempre pensato, però, che un panorama così sarebbe stato come nudo, vacuo, privo di significato, e mi immaginavo di realizzare alcuni scatti di fotografia di posa, magari inserendo nella scena una donna elegantemente vestita. Il contrasto con il paesaggio circostante avrebbe caricato d'accento l'insieme, valorizzando la persona e l'ambiente.

E invece, ieri, guidando lungo questi campi franciacortini, eccomi d'improvviso ad esclamare "Eccola!" [la fotografia]. Che cos'è che faceva di quei campi una fotografia degna di essere scattata? Era la presenza del campanile dell'Abbazia olivetana che svettava sullo sfondo. Nel vedere quella scena, il mio cuore ha sobbalzato: era quel campanile, la donna che avevo immaginato. E per nulla in contrasto, bensì in perfetta armonia. Decisi quindi che, di ritorno dalla visita alla chiesa, mi sarei fermata a scattare alcune fotografie (ieri avevo la macchina fotografica con me, cosa che non avviene sempre).

Mentre stavo per arrivare di fronte al cancello che conduce alla chiesa, speravo di trovarla aperta, così come mi era capitato un paio di mesi prima, quando per curiosità mi ero fermata e una donna mi aveva detto che la chiesa era eccezionalmente aperta in occasione dell'ostensione del Santissimo.

Anche ieri Lui era lì.

Nei primi due banchi c'erano due monaci, nelle loro bianche vesti, in contemplazione. Bellissimi. Mi fermai nel banco dietro e guardavo anche loro, uno indossava il cappuccio l'altro aveva una lunga barba bianca. Non li ho visti in volto, ma guardando Lui era come se vedessi anche loro, due ostie bianche del Signore. Dopo aver salutato Gesù, sono ritornata per la stessa strada e mi sono fermata a scattare fotografie.

Sgorga in me la frase "Tutto arriva al momento giusto", pensando alla fotografia e all'intervallo di tempo trascorso da quando l'ho avuta in mente per la prima volta. Non so perché fosse ieri il momento giusto per quella fotografia, ma si tratta chiaramente di una frase assoluta. Non pensata intenzionalmente, ma sgorgata spontaneamente. Una frase che mi tranquillizza ma spesso mi fa arrabbiare anche, perché il mio compito è seguire e non controllare le cose, ma non ho ancora raggiunto quella pace lì.

Ieri, poi, sono seguiti altri segni, fatti e incontri. E tutto è scaturito da quel sì ad andare a vedere se la chiesa fosse aperta o chiusa, nella massima indecisione.





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