Lettera a Indro e Oriana

Caro Indro,
non ho mai letto nulla di tuo (chi lo desideri, a questo punto, cambi blog).
Cara Oriana,
qualcosa di tuo l'ho letto.

Terminate le presentazioni, passo alle motivazioni. Vi chiedo solo di ascoltare con pazienza. Perché sarà uno sfogo (ma con preghiera).

La mia manifestazione è di natura un poco acido moralistica, come un reflusso. C'è rimedio. Ecco, proprio di questo vorrei parlarvi. Che rimedio posso (intra)prendere di fronte allo scempio a cui assisto guardando certa televisione o leggendo certe pagine? Eccolo, sta per salire (il reflusso): qualche spina fastidiosa la sento che mi punzecchia il fianco, quando vedo che ci sono certuni pagati per dedicare ore di attenzione fine a se stessa ai tre giorni di festeggiamenti per le nozze di un noto divo del cinema. Ora sto meglio, mi risciacquo la bocca e proseguo.

Questo sfogo è anche sentimentalmente nostalgico, come una meringa inondata con una lava di cioccolato fuso. Ritorno ai tempi dell'università, quando l'insicurezza con la quale rivelavo alla mia amica D. il desiderio di diventare giornalista strideva -come uno che corra nudo per strada- di fronte all'idealismo utopico di cui quel desiderio non era scevro. Giornalista sì, ma d'assalto. Perché io, quando desideravo, desideravo in grande. O, forse, semplicemente confondevo il desiderio col sogno. L'uso del tempo imperfetto non implica in realtà che oggi io sia perfetta. Come quando, mesi fa, andai da questo mio amico R. per un consiglio sull'imparare a suonare la chitarra; quando mi chiese se avessi già un'idea sul tipo di strumento, risposi: "Quella elettrica!". Chiusa parentesi.

Il desiderio del giornalismo trovò campo fertile per germogliare (perché, Laura, dal seme nasce prima un germoglio e poi, col tempo, una pianta). Mi si presentò l'opportunità di collaborare con un quotidiano e mi mandarono all'assalto delle conferenze stampa delle sezioni di partito cittadine. Non mi sembrava di dare la vita per un nobile ideale, ma si doveva pur imparare a scrivere. E poi, a certe conferenze stampa la morte (per noia) era un rischio solido.

"La notizia deve stare in testa. E tu l'hai scritta qua". Non c'erano margini di interpretazione: con la biro stava cerchiando proprio la penultima riga. Non avrei potuto ricorrere in appello. Anche perché non era il primo o il secondo articolo quello che M. stava correggendo. Nemmeno il terzo o il quarto, se ben ricordo.

L'assalto partiva dall'abbiccì. Tutt'oggi, l'assalto parte dall'abbiccì. La questione alla fine sempre qui viene a parare. Tutto fa parte di un processo educativo, che non mira semplicemente a guardare in avanti, bensì in profondità: o qualsiasi cosa faccio, dallo spolverare i mobili all'imparare a scrivere e suonare, rientra in un mio sguardo più ampio, che contempli la consistenza ultima di chi sono e di ciò che sto facendo, o altrimenti la domanda di senso la faccio fuori come un cerino.

Nessuno nasce esperto. Non è solo un fatto di tecnica, ma anche di sguardo. Posso infatti essere brava a non dire nulla, e dirlo con cento parole dallo stile invidiabile. Anche lo sguardo va educato e io cerco di educare il mio seguendo pensieri e gesti nobili.

Nell'assalto di questa quotidianità, ora so a quale fonte dissetarmi. Perciò, tornando alla domanda iniziale, che è poi preghiera, mi chiedo in che modo indicare ad altri quella stessa fonte.

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