Lettera a Geremia

Brescia, luglio 2010
Caro Geremia,
quando per la prima volta, anni fa, ho letto «Ma nel mio cuore c'era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 7, 9), ho avuto un tuffo al cuore.

Io sono Tu che mi fai. Fammi. Fammi desiderare ciò che ho, fammi amare ciò che mi fai desiderare, fin dentro ciò che è dentro. Affinché questi desideri non si estinguano come fuochi d'artificio nella notte, dolcemente sì, ma senza lasciare traccia. Affinché brucino di un fuoco che non consuma. Affinché non sia il fuoco dell'istinto a consumarli, bensì il fuoco dell'agape a nutrirli.

"Alle periferie del mondo e dell'esistenza". Come ho potuto pensare che non riguardasse me. Che riguardasse i poveri del terzo mondo. Ma chi sono i cosiddetti poveri del terzo mondo? Io vivo qua mentre loro vivono là. E che cosa posso fare io, da qua, per loro, là? Che cosa posso io fare per loro? Perché ho la presunzione che qualcosa posso fare. Perché io sono una privilegiata. È vero, riconosco di essere Graziata. Ma questo cosa significa? Più vado avanti, più scopro la mia natura peccaminosa, così radicata che da fuori è (umanamente) impossibile estirpare. E scopro una tentazione farsi parimenti subdola e sottile. Ma lo conosco, io, il disegno buono con cui il Mistero ha deciso di stare in modo speciale con me? Con ciascuno di noi?

Oltre ad accorgermi che la tentazione mi accompagna, mi rendo conto anche che non sono lasciata sola in questo. Nessun dono di Grazia più mi manca. Che cosa mi manca? Se nessun dono di Grazia più manca, io ho tutto quello che mi serve, ora. In questo momento. E se vale per questo istante, vale per qualsiasi istante. Mi sto scoprendo in azione, in questo dialogo con Gesù, in cui la tentazione non cessa di rompere le scatole. Non smetterà mai, fino all'ultimo. La mia partita me la giocherò fino all'ultimo. Però che bello... che c'è una partita da giocare, no, Geremia? Poteva non esserci, e invece c'è.

Non è necessario che io vada nei Paesi dove i soldi non ci sono perché io veda la "periferia". È la mia di periferia del mondo e dell'esistenza che mi scandalizza. Per come sono strutturata, mi lascio apaticamente trascinare dalle forze centrifughe, che mi allontanano dal centro illudendomi che "altrove" è meglio. Più buono, più bello, più giusto. Ma sono davvero sicura di conoscermi così a fondo e in maniera definitiva, tale per cui sono certa di che cosa è meglio per me? Guardare alla mia miseria e povertà mi richiede passi di umiltà e mendicanza, come al recente Meeting di Rimini. Compierli è bruciante. Come al recente Meeting di Rimini. Ma mi sono accorta che è questo un fuoco che non consuma, bensì purifica. Come il fuoco nei Quattro Quartetti di T. S. Eliot. Come il roveto ardente.

Lisbona, aprile 2009
Se "desiderio" è questa mancanza che deriva dallo smettere di guardare le stelle, come mi suggerisce l'antica etimologia, purifica i miei desideri, affinché questi siano figli dell'unico vero desiderio che vale la pena riconoscere di avere, come un'influenza con cui sono stata contagiata e che non mi posso più togliere da dentro.

La mia esperienza di guida alla mostra di Avsi al Meeting mi ha mostrato, ancora una volta, il volto di Gesù. E la sua potenza, perché nella mia debolezza si è manifestato. Nel preparare il materiale della mostra, infatti, ero rimasta colpita dalle testimonianze che emergevano nelle interviste ad alcune persone, soprattutto donne. Ma io ero qui e loro erano là. La comunione vera è iniziata quando mi sono resa conto che nella mia povertà come guida Lui si è reso presente a me, mi ha resa presente al mio presente, facendomi vedere che non ero meno povera delle persone di cui raccontavo la storia. Facendomi vivere sul campo la mia difficoltà e facendomi sentire il suo abbraccio tramite la compagnia di un amico, "io" e "loro" si è fuso in un "noi".

La mia paura si è trasformata in un "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola". E il mio centuplo era già lì ad aspettarmi...

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