Un-correct

Poiché il politically correct non è correct affatto, non mi fa stare bene. A me pare più un'assenza imbarazzata e imbarazzante di giudizio, che si riallaccia al ritrarsi dalla responsabilità di formarsene uno, più che uno sguardo acuto e onnicomprensivo di tutti i fattori della realtà. Una roba così, come fa ad aiutarmi alla vita?

Quando mi svesto degli abiti comodi dell'eccessiva condiscendenza e dell'adulazione, accessoriate con la pigrizia e la pusillanimità, scopro una me più vera. Piacerò di meno. Avrò meno persone intorno. Ma non per questo sono più sola. Anzi. È un abito all'apparenza scomodo. Tuttavia, è impagabile, la sensazione di ergermi nella mia dignità di fronte al potere della mentalità comune, forte del fatto che «tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13) e debole in quanto «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12, 9).

«Un Gesù che sia d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore, non è il vero Gesù come lo mostra la Scrittura, ma una sua miserabile caricatura. Una concezione del “vangelo” dove non esista più la serietà dell’ira di Dio, non ha niente a che fare con l’evangelo biblico. Un vero perdono è qualcosa del tutto diverso da un debole “lasciar correre”. Il perdono è esigente e chiede ad entrambi – a chi lo riceve ed a chi lo dona – una presa di posizione che concerne l’intero loro essere. Un Gesù che approva tutto è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo. Ed effettivamente la croce viene sempre più estromessa dalla teologia e falsamente interpretata come una brutta avventura o come un affare puramente politico. La croce come espiazione, la croce come “forma” del perdono e della salvezza non si adatta ad un certo schema del pensiero moderno. Solo quando si vede bene il nesso fra verità ed amore, la croce diviene comprensibile nella sua vera profondità teologica. Il perdono ha a che fare con la verità e perciò esige la croce del Figlio ed esige la nostra conversione. Perdono è appunto restaurazione della verità, rinnovamento dell’essere e superamento della menzogna nascosta in ogni peccato. Il peccato è sempre, per sua essenza, un abbandono della verità del proprio essere e quindi della verità voluta dal Creatore, da Dio» (estrapolato da questa pagina, a sua volta tratta dal libro "Guardare a Cristo" di Joseph Ratzinger, 1986).

Il perdono, che implica un giudizio da parte mia, chiede dunque una presa di posizione che concerne il mio intero essere. Esige la mia conversione. Dal latino, cum + vertere, cioè voltare, volgere il mio sguardo. E se quella cosa lì la guardo, è subitaneo il paragone con il mio cuore, il giudizio è immediato. Non è che devo fermarmi e pensarci a posteriori. È nel fatto stesso. Dopo che questo, che è un avvenimento, accade, posso ridurre, negare, ritrarmene. Debolmente lasciar correre, come scriveva Ratzinger. Ma un giudizio già s'è formato, esiste, c'è. E lascerei correre questa cosa qui. Lascerei correre le due cose principali: il mio cuore e la realtà con cui Cristo lo (mi) chiama continuamente a sè. Dunque, lascerei correre tutto. Tutto. Quanto tempo che perdo dietro a cose inutili...

A chi mi parla di valori, io dico: se fossero i valori a tenerci insieme, saremmo già caduti milioni di volte nel baratro («E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» Matteo 15, 14). O è Cristo a tenerci insieme, l'Assoluto, o non ne vale la pena. Non ne vale la pena. Ecco perché vale invece la pena rischiare un giudizio, il proprio giudizio, piuttosto che non averne uno per timore di scontentare questo o quello. Ma un giudizio che sia carità. Lo dico a me. E prego affinché la mia anima rimanga desta, perché io sono fatta per incontrare il mio Fattore (come suggerito nel video dei Mumford & Sons che vi propongo).


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