Lettera a Nicodemo

Caro Nicodemo,
ti ricordi quando ti chiedevi «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (Giovanni 3, 4)? Io questa tua domanda l'ho incontrata quattro anni fa; la sentivo proprio per me, calzante in quel momento della mia vita, perché incontrava la mia domanda.

La sento con me sempre, da allora: la estraggo dalla tasca quando sono sull'orlo fra un sì o un no alla realtà che, superando la mia immaginazione, non smette mai di propormi il nuovo e l'inaspettato. I vizi trascinano di qua dell'orlo: prendere quel ponte e attraversarlo, oppure tornare indietro?

[Indiana Jones e l'ultima crociata: scena del "salto della fede". È davvero «impossibile saltare fin là»?]




E adesso come te lo spiego questo fatto di scoprirmi a quarantun anni con la voglia di spaccare il mondo? Oggi ero in strada con la mia auto nuova, che mi pareva non avrebbe potuto essere altra che quella da tanto che mi divertivo a guidarla, mentre alzavo il volume della radio.
E scoprire a quarantun anni che mi piace Vasco!
Scoprire che non è assurdo desiderare di iniziare a suonare la chitarra a quest'età. La vita o è assurda o è misteriosa.
Scoprire che giocare insieme con centocinquanta persone, dai molto pochi ai tanti tanti anni d'età, suddivise in due squadre, è un qualcosa che è di una bellezza che è da vedere per capirne il gusto...




Poi c'è anche quella sensazione, che mi accompagna sempre più spesso, di sentirmi al posto giusto nel momento giusto. Forse perché uso sempre di meno l'immaginazione per ricreare una realtà che non si confà alle mie idee e progetti, ma cedo a che la realtà e la mia vita si mescolino senza soluzione di continuità. Lasciandomi spiazzare, stupire, provocare. L'ho sempre pensato che il più bel complimento che si possa ricevere è un qualcosa che non ci si aspetta. Eh, non è che sia sempre così facile, però è semplice.

Caro Nicodemo, questa voglia di spaccare il mondo non è l'idealismo viscerale di quand'ero adolescente. È scoprire sempre di più che "io sono Tu che mi fai". È uno sguardo.

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