Due donne, due spose, due ore

A pensarci, questa settimana è trascorsa nel segno predominante di incontri al femminile. Dagli otto agli ottantatré anni di età, da contesti di gioco ad altri di spine, sono state numerose le persone che mi hanno donato qualcosa di sè, anche senza saperlo. Oggi vorrei scrivere di due donne e delle loro storie. Una ex sposa bambina di origine nigeriana e una novella sposa di Gesù dall'accento bresciano. Tanti spunti avrei da approfondire, molteplici frasi da citare, ma mi limiterò a una sola riflessione, cruciale.

La prima.
Quando una nuova amica mi aveva chiesto, alcuni giorni fa, se volessi accompagnarla a incontrare una donna scappata da orrore e miseria, ho detto subito di sì. Me l'aveva chiesto mezzora dopo un incontro pubblico, durante il quale era stata riportata una frase di questa donna: «Quando hai perso tutto, l'unica cosa che hai paura di perdere è la tua umanità». Poiché anch'io ho provato questa paura, desideravo guardare questa donna negli occhi.

Durante un dialogo durato due ore, la donna ha raccontato cose che finora avevo soltanto ascoltato in televisione o letto negli articoli di giornali. Solo che lei era lì e li aveva vissuti lei, quei fatti che stava raccontando. Lei e altre bambine come lei, nel suo villaggio, alla comparsa della prima mestruazione vengono tolte dalla scuola e date in spose a uomini più adulti. A lei è successo a undici anni. Si è ribellata, è stata ripresa, è stata incatenata, è stata fatta sposare, è stata lasciata in catene per un mese, si è ribellata, è riuscita a fuggire, è stata aiutata a uscire dal Paese, è arrivata in Italia, è stata inserita nel circuito della prostituzione, è stata picchiata, è riuscita a fuggire, è stata derubata, è stata evitata, è stata minacciata. Poi, ha incontrato persone altre.
E mercoledì io ero lì, davanti a lei.
Il suo sguardo era ferito, ma non ucciso. Era umile, non umiliato. Limpido, non opaco. Bisognoso e mendico, non disperato. Desideroso, e non spento.

La seconda.
Ieri sono andata, con alcuni amici, a trovare un'amica che è entrata in un monastero di clausura, quasi quattro anni fa. Ero già andata a trovarla due o tre anni fa.

Durante un dialogo durato due ore, questa donna ha raccontato cose che io ho potuto iniziare ad assaporare da quando mi è stata concessa la Grazia della fede.
E sabato io ero lì, davanti a lei.
Il suo sguardo era ferito, umile, limpido, bisognoso e mendico, desideroso.

Già, lo penso anch'io, quello che stai pensando anche tu.

Dunque?

Quando incontro quella luce che anima il fondo di teneri occhi, quando vedo in questi occhi l'essere che fa vivere quella persona, io desidero, al pari di quella persona, essere spinta a vedere sempre in quella vibrazione degli occhi l'essere che li fa vibrare così.

Ecco perché ho fame e sete di testimonianze, siano esse un incontro con una persona o siano un articolo o un racconto che mi accendano la scintilla di incontrare chi li ha scritti. Perché io possa vedere nel fondo di teneri occhi che cosa abbia cancellato l'inferno che li ha feriti. Fino ad arrivare a vedere nel fondo di quegli stessi teneri occhi l'Essere che li fa vibrare ferendoli, stavolta, con la nostalgia di una Bellezza infinita.

È proprio vero: il mondo ha bisogno di testimoni, non di maestri.

Comments

  1. Dal mio profilo Facebook ho creato un link a questo post, con la seguente introduzione: «Una volta mi parlarono del concetto di "sorellanza". Che immane sciocchezza. Io preferisco la Misericordia, che grazia l'una e l'altra metà del cielo».

    ReplyDelete

Post a Comment