Due bocconcini

Ieri, domenica 6 luglio, ho partecipato a BergamoIncontra per la prima volta. È un'iniziativa interessante, giunta quest'anno alla sua settima edizione.

Ho ascoltato un incontro dal titolo "Storie di un nuovo mondo. Vivere nelle periferie, dignità della persona e sviluppo: l'esperienza di Avsi e Aeper". Nel pomeriggio, la Messa celebrata dal Vescovo di Bergamo, mons. Beschi. A seguire, l'incontro dal titolo "Come si fa a vivere? Testimonianze attorno al titolo della VII edizione di BergamoIncontra", con lo stesso Beschi fra i relatori.

Sul mio profilo Facebook ho pubblicato una serie di citazioni che mi ero segnata sul mio taccuino, estrapolate in maniera sparsa da entrambi gli incontri. Sul blog, invece, trascrivo in maniera discorsiva gli appunti che ho annotato ascoltando l'intervento di mons. Beschi. Non l'avevo mai ascoltato prima di allora: una dialettica sorprendente che mi ha agevolato il desiderio e il compito di ascoltarne i contenuti, che qui ripropongo non senza la consapevolezza di essere in difetto. Un bocconcino a me, e uno a te.


«Che cosa fa un Vescovo tutto il giorno? Ascolta. Ascoltare stanca. Perché dopo un pò che ascolti, sei consumato. Comunque, questo è un bel mestiere. Prospettiva dell'ascolto: provare la gioia della stanchezza dell'ascoltare, le parole dette e non dette, il silenzio. Nella musica le pause sono il silenzio: il musicista, prima di iniziare, ascolta l'universo, ascolta il silenzio. Quand'ero piccolo i miei genitori mi fecero ascoltare molta musica e imparare a suonare il pianoforte, e pensavano che da grande avrei fatto il musicista. Poi il mio maestro disse loro: "Ha delle belle mani. Ma non ha orecchio". La cosa più bella che mi è capitata è ascoltare dei sordi che fanno musica. Il silenzio quando i nostri cari non ci sono più: non parlano più. Eppure, questo silenzio... Ascoltare, questo è un modo di vivere e di vivere insieme, perché ascoltare vuol dire che non ci sei solo tu, presuppone qualcun altro. Ascolto, alla fine, evoca qualcun altro. La musica evoca questa cosa qua. Non ho mai suonato da solo, ho sempre suonato insieme. Pensate a quale soddisfazione avete provato quando avete realizzato insieme a qualcun altro un'opera. Non è questione della perfezione dell'opera, è questione dell'unità di cui vi sto narrando l'intensità. Implica una fiducia radicale per cui tu sei lì con qualcuno a fare una cosa e sai che non ti tradirà, quando stai suonando con altre 3 o 4 persone per esempio. O un uomo e una donna, che possono raggiungere un'intimità tale da riuscire a generare una famiglia. O nella musica, quando fai una registrazione: non esiste la registrazione. È come se io dicessi messa e venisse registrata. Quando avviene, avviene. È quel momento lì. E il pubblico non è passivo, il pubblico fa quel momento. L'irriducibilità della vita è quella che io chiamo fede. Nel momento in cui uno percepisce l'irriducibilità della vita entra nel mondo della fede. Anch'io ho vissuto la fede pensando che avrei potuto cambiare il mondo. Poi l'ho vissuta pensando che avrei potuto cambiare qualcosa di me. E adesso, sentite, la vivo come pietà, come Dio che è misericordia. Prima avete citato don Milani, che per me è stato molto nella mia giovinezza. Nella "Lettera a Pipetta", Milani dice a Pipetta: "arriveremo un giorno alla casa dei padroni e sfonderemo il cancello, entreremo e lì troveremo la maggiore giustizia. Ma quel giorno, Pipetta, io ti tradirò, perché uscirò da quella casa e dirò Beati i poveri di Spirito, Beati i misericordiosi, perché hanno ragione". C'è una storia che appartiene alla leggenda chassidica che riprende l'immagine del gioco. Alcune persone arrivano a una casa, che è piena di tutti i vizi e peccati. Una bambina nota che in un angolo della casa ci sono delle persone sedute a un tavolo, tutte intente dietro qualcosa, e chiede chi siano e che cosa stiano facendo. Il padre le dice che sono dei giocatori e le dice di fare attenzione a loro, perché giocano estraendo dalla tasca le loro monete d'oro, giocano tutto di sè, giocano la partita della loro vita. Dice alla bambina: "Vedi, quando si convertiranno a Dio, saranno i migliori". Quand'ero sacerdote andai in questo posto in Africa dove c'era questa infermiera devota, che curava i Pigmei. In Africa si crede che i Pigmei non abbiano l'anima. Una sera stavamo tornando alla base, ma all'Equatore bisogna stare attenti: alle sei cala il sole e nel giro di mezzora è notte. Rimanemmo senza benzina. Io di leoni nella savana non ne ho mai visti. Accorsero dei bambini, tanti bambini, che attorniarono questa scatola di metallo, la nostra macchina, e ridevano. Per noi, persi in mezzo alla savana al buio, non c'era niente da ridere. Per loro vedere dei bianchi dentro a questa scatola di metallo evidentemente faceva molto ridere. L'infermiera tirò fuori un pane. Avevamo un solo pane. Iniziammo a spezzarlo, in bocconcini, per darne a tutti i bambini. Vidi un bambino che, prendendo il suo bocconcino, lo spezzò in due e una metà la mangiò e l'altra se la mise in tasca. Il bocconcino era piccolo così, vedete. Io lo beccai mentre se lo mise in tasca e chiesi all'infermiera di chiedere perché avesse fatto così. Lui rispose: "Lo porto a mio fratello". Ecco, il titolo della mostra che prima abbiamo visto, il titolo dell'incontro è "come si fa a vivere". Per me si vive così».

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