Ma, Gesù, era un raccomandato?

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Nelle scorse settimane la domanda è affiorata, bizzarra o irriverente. Tuttavia, decisiva.

Spesso, da quando L'ho incontrato nella mia vita -ma anche prima di riconoscerLo vivo e presente oggi- affronto le circostanze secondo un subdolo paragone a Lui. Un confronto che non regge, e io non reggo l'urto bruciante della sconfitta. Perché, ovviamente, è una lotta ad armi impari. Lui è il Figlio di Dio. È diventato uomo... però, alla fine, essere il Figlio di Dio non è forse per Lui fonte di spintarelle esclusive dentro le Sue fatiche? Io sono quindi scusata. Oppure...

Ma è proprio questo, il senso che vado cercando? Di ingaggiare lotte da vincere? Di mettere in atto un paragone che di per sè è mal posto e, pertanto, non regge perché non ha consistenza? Ma penso davvero che rendere gloria al Suo regno passi attraverso questo?

«Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Matteo 5, 48).
Frase che so aver bisogno di un commento esegetico per poter essere compresa.

«Questo è l'occulto e orrendo veleno della vostra eresia: voi volete che la grazia del Cristo stia nel suo esempio e non nel suo dono, dicendo che gli uomini diventano giusti per l'imitazione di lui e non per la somministrazione da parte di lui dello Spirito Santo che li induca ad imitarlo e che egli ha diffuso nel modo più ricco sopra i suoi» (Sant'Agostino, opera incompiuta "Contro Giuliano dell'eresia pelagiana",  libro II, capitolo 146).

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«Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Luca 10, 20).

Ecco, ciò per cui rallegrarmi, ritornando all'origine dell'incontro con Lui nella mia vita! Perché mi rallegrai all'epoca e decisi di seguirLo? Non certo perché la prima cosa che ho pensato è stata: "Ecco un modello a cui riferirmi e paragonarmi, e imparare per imitazione". Bensì: "Ecco Uno che c'era, c'è e ci sarà. Sempre e comunque". E se, ogni volta che la sottile tentazione tornerà a raschiare con la sua dentatura grossa e rada, io invece tornerò all'origine, ripartirò. E scoprirò che il legame che Cristo intesse con me, e non solo, dà "spintarelle" anche a me. Per il semplice fatto che Lui c'è e io ci sono.

D'altronde, il vocabolo "raccomandare" è nato per designare una realtà positiva: dare in protezione, in custodia, affidare all'altrui cura. E se «ogni lingua cristallizza in sè l'esperienza culturale del popolo che la parla» (Gianfranco Porcelli, "Principi di glottodidattica"), perché il vocabolo "raccomandato", che è chi gode di una particolare protezione che lo mette in condizioni di privilegio rispetto agli altri, deve presupporre un'accezione odierna comune negativa? Che esperienza culturale abbiamo iniziato a fare perché nel vocabolo si travolgesse completamente il significato per il quale era sorto? Quando è successo questo?

«Men have left GOD not for other gods, they say, but for no god; and this has never happened before».
In traduzione: "Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dei, dicono, ma per nessun dio; e questo, non era mai successo" (Coro VII da "La rocca" di T. S. Eliot, 1934).

Non siamo tutti uguali (per diritto umano) ma possiamo essere tutti giustificati (per diritto divino). E, il privilegio, è accompagnato da una somma responsabilità.

Comments

  1. Anonymous19/6/14 23:28

    Sono a favore delle raccomandazioni. Good!

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