Stando sulla breccia




Per spiegare la decisione di aver scansionato e postato questa vecchia fotografia, scattata anni fa quando utilizzavo ancora una reflex meccanica, propongo la lettura di questo passaggio (estratto dalle pagine 217-218 di "Tre frati ribelli" di Marcel Raymond, edizioni San Paolo nella collana "Le vie della storia" del 2011):

«Aveva piovuto ininterrottamente durante tutta la mattina. Stefano aveva prestato una vaga attenzione al ticchettio delle gocce che cadevano dalla grondaia e battevano sui ciottoli del sentiero. Quando questo rumore gradatamente s'acquietò fino a cessare del tutto, Stefano si distrasse dai suoi pensieri. Quel silenzio gli fece un'impressione strana più del rumore dell'acqua di prima. Guardò fuori dalla finestra. Nell'angolo più lontano del cielo oscuro, vide una frangia grigio argento che si andava ingrandendo a misura ch'egli la contemplava. Le nere nubi erano spazzate via dal vento, che soffiava verso est. Stefano restò colpito dalla simmetria degli alberi slanciati che spiccavano sullo sfondo cupo del cielo ancora imbronciato. Appena sotto la sua finestra, lo colpì il giallo oro dei gigli di campo, d'una vivacità più intensa che non nel pieno sole di giugno.
«Strano!» disse ad alta voce «non ci avevo badato: l'oscurità fa risaltare meglio la bellezza.
Sotto la pioggia purificatrice e il nero delle nubi sospinte dalla bufera, il giardino faceva sfoggio di tinte e di toni che invece restavano, per così dire, velati quando splendeva il sole. Il verde dell'erba e delle foglie sembrava più morbido, più vivido e lucente; il rosso pareva più caldo, e perfino la porpora che ornava i curvi petali dei gigli campestri si mostrava più accesa.
Riprendendo il suo lavoro, Stefano si chiese se anche la bellezza delle anime non risaltasse di più nel contrasto delle ombre.
Pensò a Roberto, il vecchio gigante di Molesme, al quale quel concetto s'applicava perfettamente. Il forte carattere e le grandi virtù di quell'anima acquistavano maggior risalto sul fondo scuro della lotta».


E poiché nessuna anima è inutile, non può forse applicarsi questo concetto a qualsiasi uomo e donna, e non solo ai "giganti" della storia? Non è forse vero che le mollezze spengono la luminosità di un carattere mentre la lotta sprona ad accendere un lume interiore? E che maggiore è il fervore con cui un uomo o una donna aderiscono a questa lotta maggiore è la luce che mette in risalto il loro carattere? Maggiore è la bellezza che ne emerge?

La mia fotografia dimostra che nel regno naturale avviene così: l'ultima forte luce prima del tramonto che si staglia contro un cielo foriero di tempesta mette in risalto l'oro del grano e lo smeraldo delle foglie. E non è forse così anche nella natura dell'uomo? La lotta per la conquista di ciò che è bello, vero e giusto tira fuori la bellezza del guerriero, fatta di tensione all'ideale e di immagine somigliante all'eterno che racchiude in sè. Un'armatura d'argento che custodisce una bellezza d'oro. Ma un'armatura non la si indossa la sera, prima di andare a dormire.

È quell'armatura che possiamo decidere di indossare al mattino, non appena si schiudono gli occhi. Sarà poi la luce, a illuminarci la via e a renderci luminosi, dentro e fuori. È quell'armatura che possiamo decidere di indossare al mattino di ogni cosa che accade, di ogni avvenimento, cioè tutto. Per il semplice fatto che viene posto in essere e ci viene incontro. «Io cercai chi sapesse costruire mura di difesa e stare sulla breccia al mio cospetto in favore del paese affinché non venisse distrutto, ma non lo trovai» (Ezechiele 22:30).

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