L'oro della mia anima

Nel 2009, a Bergamo, andai a vedere con due amici la mostra «L'oro dell'anima. Icone russe dal XIV al XIX secolo del museo Tretyakov di Mosca». Era la prima volta che andavo a una mostra di questo tipo, le icone russe non mi avevano mai interessato prima d'allora (così come tutto ciò che riguardava la Chiesa e la religione, del resto).

Non rammento un'icona che mi sia rimasta impressa in particolare, e forse questo è un bene. L'unica cosa ricordi mi abbia colpito di quella mostra è una frase carpita da una guida che stava accompagnando in visita un folto gruppetto di arzilli e attempati. Disse che la caratteristica principale alla base di un pittore di icone è che il pittore "sparisca" in ciò che dipinge. Non deve infatti attirare lo sguardo sulla sua bravura od originalità, bensì su ciò che ritrae che, a sua volta, deve rimandare ad Altro. Ecco perché le icone "sembrano tutte uguali".

Chi dipinge quindi un'icona diventa per me l'esempio di un cristiano umile e onesto nella sua trasparenza, lealtà e fedeltà, che non richiama a sè ma a Colui che anima il suo desiderio di dipingere. All'Oro vero.

E allora io vorrei che la mia vita fosse così, si ispirasse a un'icona, che sparissi io per far parlare tramite me Colui che mi muove e commuove. Spogliarmi di tutto il superfluo finché rimanga la nuda terra, che Lui possa col Suo fiato smuoverla e plasmarla. Modellarmi, con le preghiere della Madonna, per farmi diventare degna delle Sue promesse. Perché la mia anima possa diventare come un tabernacolo d'oro dove Lui possa trovare consolazione e risplendere. Lui, così grande, così umile da nascere in mezzo alla polvere e alla terra, non disdegni l'humus della mia anima, così piccola.

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