La croce che galleggia

La vita a volte pare così terribilmente complicata che mi chiedo come potesse T. S. Eliot scrivere che è terribilmente semplice. Non è nemmeno una questione di atteggiamento. Non è che siamo noi che la complichiamo oppure no. Eppure, è così.

Non lo so, sono alcuni giorni che ho un gran mal di testa, sento come un rigonfiamento nella parte anteriore del capo fin giù sulla fronte, come se stessi galleggiando, come se stessi galleggiando sulla realtà. Quel rigonfiamento sono tutti i miei pensieri e le mie preoccupazioni che lievitano fino a togliere ossigeno alle cellule. Eppure, ho un così tale desiderio di entrare dentro le cose.

Un paio d'anni fa un padre domenicano, durante una conferenza nell'ambito di un ciclo intitolato «Lo sguardo della sofferenza», fece notare che l'unico modo per stare a galla in acqua è quella di "fare il morto". Lo disse in relazione al fatto che l'unica posizione possibile nei confronti della vita è quella della croce. In effetti, la figura "del morto" prevede proprio che ci si sdrai sul pelo dell'acqua con le braccia aperte.

Quando si cade in acqua, come nella vita, se ci si agita perché si ha paura di non saper nuotare, o perché le correnti sono forti, è peggio. Più ci si agita, più si va a fondo. Più ci si calma e si fa "il morto", più si sta a galla. Più si aprono le braccia, più la croce diventa leggera.

Cos'è che serve, allora? Affidarsi. Fidarsi, fiducia, fede: hanno la stessa radice etimologica. Una decina di anni fa, quando lavoravo per una società internet, partecipai a un corso di formazione che, tra le altre cose, prevedeva una serie di incontri sulle strategie di collaborazione in un team di lavoro. La relatrice aveva preparato alcune attività, fra cui un "salto della fiducia".

A turno, si saliva in piedi su un tavolo, con i talloni vicino al bordo e le punte rivolte verso l'interno del tavolo, mentre le spalle erano verso il gruppo. Le restanti persone si dividevano in due file, uno di fronte all'altra, le mani di uno tenevano le braccia dell'altra, in maniera incrociata. La persona in piedi sul tavolo, senza voltarsi a guardare, doveva semplicemente lasciarsi andare, lasciarsi cadere sul letto di braccia pronte a riceverla.

I risultati furono diversi. Fu sorprendente soprattutto osservare chi solitamente si dava arie di sicurezza, e magari durante questo "salto" si lasciava andare sedendosi, o non riusciva del tutto. Le persone più robuste temevano l'effetto forza di gravità del loro peso.

Lo stesso vale per ogni giorno della vita, se crediamo che se ci abbandoniamo nelle braccia di Chi da sempre ci sostiene, Lui sia sempre lì e non si sia mai spostato. Nemmeno di un millimetro, nemmeno per un secondo. Che sia in grado di reggerne il peso, che noi da soli non ci riusciamo.

Comments

  1. Condivido ogni parola! Che strano, oggi ho scritto un post più o meno sullo stesso argomento!

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  2. Già, che coincidenza simpatica (l'ho letto).

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  3. L'avevo in mente mentre scrivevo il post, ma alla fine ho deciso di non inserirlo per non appesantire il post stesso: te lo ricordi il film "Indiana Jones e l'ultima crociata" del 1989? Anche là viene proposto un particolare "salto della fede", la terza prova che il protagonista deve affrontare per arrivare al Graal. Certe volte, i film anche più insospettati con le immagini riescono a spiegare meglio di qualsiasi sermone.

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