“
lasciate che i bambini vengano a me” (cristo)
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il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé” (pablo neruda)
ultimamente i bambini costellano la mia vita.
qualche giorno fa ho sognato me e me stessa a tre anni, io su una strada verso il paese d’origine e lei sulla strada per la città. io mi trovavo nei pressi di una prigione, lei era di là, sola. mi rammaricava il fatto di non averci mai giocato se non poche volte e decisi di raggiungerla, promettendomi che avrei imparato a volerle bene. la strada era lunga e io ero a piedi, ma mentre camminavo nel sogno io mi dissi, o una voce mi disse, “devi riconciliarti con la tua bambina interiore”.
un pomeriggio al meeting, nella libreria, guardavo i libri sugli scaffali quando all’improvviso un bambino sugli otto anni alla guida del suo monopattino mi si piazzò davanti. canticchiava qualcosa che non capivo. mi spostai facendogli cenno che poteva passare, ma lui girò il monopattino e mi si piazzò nuovamente davanti. continuava a canticchiare come se stesse raccontando qualcosa. non mi ha mai guardata negli occhi ma era come se mi volesse rendere partecipe del suo mondo. io, che nemmeno riuscivo a seguire il filo delle sue parole, seguivo però lui, rimanendo in attesa. a un certo punto staccò una mano dal suo monopattino e mi puntò un dito sullo stomaco, per qualche secondo. poi girò il suo monopattino e se ne andò, senza mai guardarmi, senza rispondere al mio ciao.
proprio sullo stomaco, come se sapesse che è il mio punto debole. quello che mi si accartoccia quando sto male, quando ho paura. la sede delle emozioni.
sempre qualche giorno fa mentre tornavo in redazione dopo aver pranzato ho notato che i lampioni erano tappezzati con piccoli volantini e mi sono fermata a leggerli. era la pubblicità dell’inizio della nuova stagione di incontri per persone che volessero imparare a lavorare come volontari dottori clown negli ospedali, secondo il metodo di patch adams. conosco quell’associazione e la sua fondatrice: con lei avevo fatto anni fa un weekend di comicoterapia a gubbio e tre anni fa l’avevo intervistata per il giornale, per un progetto di ‘ricostruzione’ che lei ha svolto nelle carceri (proprio quelle fuori dalle quali mi trovavo nel sogno). ho pensato “che cosa ‘carina’, questa dei dottori clown. se fossi in grado, mi piacerebbe”, ma non ci ho più pensato.
venerdì sera vado con amici all’inaugurazione di un bar in città e cosa trovo sul bancone? gli stessi volantini che erano affissi sui lampioni. decido di prenderne uno, tanto non mi costa nulla tenerlo in borsa. dopo una ventina di minuti vedo proprio lei, la fondatrice dell’associazione che se ne sta uscendo dal bar. troppo tardi anche solo per salutarla al volo, e poi, chissà se si ricorda di me. più tardi, seduta al tavolo, sento una mano sulla spalla, mi giro ed è lei. si è ricordata di me solo a metà, nel senso che si ricordava di avermi conosciuta ma mi aveva scambiata per un’altra persona. allora per alcuni minuti chiacchieriamo, le ricordo come ci siamo conosciute, mi racconta brevemente come è andata a finire con il progetto carceri, le dico che ho visto il volantino e che ci penserò, se venirci al primo incontro. mentre sono ancora lì al bar penso a un sogno fatto la notte prima che, in chiave simbolica, era legato al fatto che l’avrei incontrata.
parlo con un amico della storia relativa a quei volantini e lui mi dice “bisogna seguire i segni della realtà”.
io questa cosa devo ancora ben impararla a farla da sola, ma per fortuna che esistono gli amici che in un momento in cui tu non ci stai pensando ti richiamano l’attenzione su qualcosa che ti è sfuggito. e, come ho sognato sempre la notte prima, “bisogna lottare insieme fra amici”. lottare cosa? lottare per cosa? tutto. è insieme fra amici che conta.
io coi bambini ho sempre avuto una relazione strana, non sono mai riuscita ad entrarci molto in contatto. forse proprio perché io “devo riconciliarmi con la mia bambina interiore”.
i bambini sono il soggetto che meglio viene in fotografia: perché non hanno filtri. ma non fateli mettere in posa. un bambino in posa non è il bambino com’è ma come l’adulto vuole vedere quel bambino. i bambini in posa sono come quei bambini nel giardino delle rose all’inizio dei quattro quartetti di t.s. eliot: sono nascosti e trattengono il riso (“
go, said the bird, for the leaves were full of children, hidden excitedly, containing laughter”). e dove, se non nell’onirico, cioè – in questo caso – nell’assurdo, nel non reale, i bambini si potrebbero trattenere dal fare qualcosa come ridere? nella realtà, i bambini sono bambini (grazie, o di f).
“
ci sono le prigioni con le sbarre, dietro le quali vivono le loro ore le detenute e i detenuti. Poi ci sono anche le prigioni mentali, dove siamo noi ad innalzare le nostre di sbarre. Dentro o fuori da un carcere, è indifferente” scrissi in quell’articolo sul progetto delle carceri.
mi chiedo cosa potrei fare io per i bambini e, egoisticamente, se loro potrebbero fare qualcosa per me. forse potrebbero aiutarmi a riconciliarmi con il mio io bambino interiore, con me stessa. perché la verità è che io non so amare. non so più come si fa, senza filtri. ma voglio ‘imparare’.
“
se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli” (cristo)
“…
entrerete nel regno dei cieli, cioè nel cuore della vita” (grazie, m)
lasciatemeli. lasciatemeli. lasciameli. lasciamela.