giovedì 26 novembre 2009

eppure ce le avevo qua un attimo fa

elaborazioni





lunedì 23 novembre 2009

prendiamoci per mano

mi piace pensare a questa immagine.

io andavo per la mia strada. “ti do una mano”. “no”.
e andavo, andavo. “prendimi per mano”. “no, grazie, non serve”.
continuavo ad andare, scendevo. e scendevo, scendevo. c’era la nebbia negli occhi: io pensavo di andare avanti, invece scendevo. “prendi la mia mano”. “perché insisti? ti ho detto di no, non vedi che sto andando avanti?”.
e scendevo, scendevo, scendevo. finché mi sono trovata così giù che la nebbia col buio non mi facevano vedere niente, né fuori né dentro.
allora ha allungato il possente braccio fino a trenta metri sotto e mi ha preso per la collottola, come fa la gatta coi micini, ma con la mano, e mi ha riportato in superficie. lì con una mano mi ha dato due sberle paterne e con l’altra ha preso la mia. “allora, che facciamo? lo dici?”. non parlavo. “non fa niente se non lo dici subito ad alta voce, basta che lo pensi e io lo so”.
pensai quella consonante e quella vocale.

e siccome a riva si può annegare così come a trenta metri sotto, io la mano non gliela lascio più.

e poi, vuoi mettere il bello di camminare e aspettare insieme?

ogni istante

il colore rosa scende in fiocchi
sospesi su ogni secondo
sono nata da poco
rinasco, ogni volta
ehi, bimba

quando appartenerti completamente
mi avvolge che mi toglie il respiro
che perdo tempo, prendo fiato
bellezza, così terribilmente sei

ma tutto questo, che cos’è?
qui è l’altrove oltre all’ovunque
c’è e non avevi visto prima
eppure, non è che qua

il troppo sembra un pieno che continua a crescere
meraviglia, richiamami qua
tienimi stretta
smetterò di inseguire, sei dove io sono

non smetterò di chiederti, di cercarti
tutto precedi, sei dopo, mi attraversi
dicendo il mio nome, con te essere

giovedì 19 novembre 2009

ali (2)

insensibile ciottolo
arrivi un istante dopo
il battito d’ali è lì
sempre
solo diverso
ma lì

scoprire che forse
non così pietra sei
cercando dietro file di ciglia
per il bacio dalle ali incipriate
sempre


sparire
lasciando spazio
gentile

mercoledì 18 novembre 2009

a un cerbiatto somiglia il mio amore (david grossman)

il libro parla del destino. quando temi per la vita di tuo figlio arrivi persino a tentare di controllare ciò che non può essere dominato. così fa orah, madre di adam e ofer, quando il secondo dà l’assenso a prorogare la leva di un ulteriore mese perché nuovi scontri richiedono richiami in forza sul fronte israeliano-palestinese. per tre anni orah aveva atteso il congedo. ora la nuova chiamata la disorienta, totalmente. allora si mette a contrattare col destino, alla stregua di un voto: lei non sarà in casa quando le uniformi suoneranno alla sua porta.

il libro parla d’amore, quello di una madre verso un figlio, ma anche quello di una donna verso un uomo. anzi, due: ilan e avram (il primo capitolo, ambientato in ospedale, è un delirio di una bellezza oltre i quaranta gradi di termometro). è possibile che dio porga nel destino di un uomo una donna nel cui destino c’è un altro uomo? o il mancato sì pieno al primo uomo equivale a rifiutare la propria felicità? ed è possibile che questa si annidi nel continuare ad amare comunque quella donna? il libro parla anche di nostalgia, nel viaggio di orah’le (piccola orah) e avram verso gerusalemme. un personaggio domanda: “si può avere nostalgia di qualcosa che non si ha ancora avuto?”. una forma particolare di saudade.

il libro parla di conoscenza. nella biografia u2 by u2, il pacifista paul hewson spiega: "quando ti nasce un figlio capisci perché si combattono le guerre e perché gli uomini vogliono possedere la terra". orah, no. lei non capisce né la guerra, né ilan e avram, né ofer e adam, né se stessa. sa solo che vuole essere amata e che tutti i suoi cari stiano bene: cosa c’entrano la guerra e le torture (nel libro ci sono anche queste) con l’amore? durante una licenza di ofer orah avrebbe voluto persuaderlo con un’argomentazione schiacciante, ma la tiene per sé perché non può giocarla: “non fare mai del male a nessuno, perché quando lo fai dopo non sei più la stessa persona”.

il libro non parla – ma proprio nella sua assenza se ne avverte lo spessore – della necessità del rinunciare a se stessi e lasciarsi andare nelle braccia dov’è la propria libertà. orah si rende conto che patteggiare col destino è rischioso, proprio sul finire del viaggio; la paura è tale che non è in grado di intuire, non del tutto almeno, che è bensì inutile. non si arrende fra le braccia di ciò che è più grande e la comprende, tuttavia cerca questo tipo di abbraccio, una richiesta d’aiuto per unire le forze, in uno dei due uomini. ma ancora non basta a garantire l’agognata certezza che vada tutto a finire bene. quella che si può chiedere ma non pretendere. nemmeno a una madre, o a un padre, è concesso. nemmeno di fronte alla violenza e alla morte.




nota dell’autore, david grossman: “ho cominciato a scrivere questo libro nel maggio 2003, sei mesi prima che mio figlio maggiore, yonatan, terminasse il suo periodo di leva e suo fratello minore, uri, si arruolasse. […] a quel tempo io avevo la sensazione – o meglio, covavo il desiderio – che il libro che stavo scrivendo lo proteggesse. uri conosceva bene la trama del libro e i suoi personaggi. […] il 12 agosto 2006, nelle ultime ore della seconda guerra […] uri è rimasto ucciso […]. al termine della settimana di lutto ho ripreso in mano il libro. la maggior parte era stata scritta. ciò che era cambiato, perlopiù, era la cassa di risonanza della realtà in cui è avvenuta la sua stesura definitiva”.

martedì 17 novembre 2009

l↕d
















giovedì 5 novembre 2009

24 ottobre

ogni secondo [della mia vita] è incastrato nel tempo
ma non adesso
adesso, [è] sopra, il tempo, è l'istante eterno

eppure, eppure trovo il coraggio
trovo il coraggio di ciò che c'è

mercoledì 23 settembre 2009

bye

pausa di riflessione. ciao a tutti.

domenica 20 settembre 2009

lasciamela

lasciate che i bambini vengano a me” (cristo)
il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé” (pablo neruda)

ultimamente i bambini costellano la mia vita.

qualche giorno fa ho sognato me e me stessa a tre anni, io su una strada verso il paese d’origine e lei sulla strada per la città. io mi trovavo nei pressi di una prigione, lei era di là, sola. mi rammaricava il fatto di non averci mai giocato se non poche volte e decisi di raggiungerla, promettendomi che avrei imparato a volerle bene. la strada era lunga e io ero a piedi, ma mentre camminavo nel sogno io mi dissi, o una voce mi disse, “devi riconciliarti con la tua bambina interiore”.

un pomeriggio al meeting, nella libreria, guardavo i libri sugli scaffali quando all’improvviso un bambino sugli otto anni alla guida del suo monopattino mi si piazzò davanti. canticchiava qualcosa che non capivo. mi spostai facendogli cenno che poteva passare, ma lui girò il monopattino e mi si piazzò nuovamente davanti. continuava a canticchiare come se stesse raccontando qualcosa. non mi ha mai guardata negli occhi ma era come se mi volesse rendere partecipe del suo mondo. io, che nemmeno riuscivo a seguire il filo delle sue parole, seguivo però lui, rimanendo in attesa. a un certo punto staccò una mano dal suo monopattino e mi puntò un dito sullo stomaco, per qualche secondo. poi girò il suo monopattino e se ne andò, senza mai guardarmi, senza rispondere al mio ciao.

proprio sullo stomaco, come se sapesse che è il mio punto debole. quello che mi si accartoccia quando sto male, quando ho paura. la sede delle emozioni.

sempre qualche giorno fa mentre tornavo in redazione dopo aver pranzato ho notato che i lampioni erano tappezzati con piccoli volantini e mi sono fermata a leggerli. era la pubblicità dell’inizio della nuova stagione di incontri per persone che volessero imparare a lavorare come volontari dottori clown negli ospedali, secondo il metodo di patch adams. conosco quell’associazione e la sua fondatrice: con lei avevo fatto anni fa un weekend di comicoterapia a gubbio e tre anni fa l’avevo intervistata per il giornale, per un progetto di ‘ricostruzione’ che lei ha svolto nelle carceri (proprio quelle fuori dalle quali mi trovavo nel sogno). ho pensato “che cosa ‘carina’, questa dei dottori clown. se fossi in grado, mi piacerebbe”, ma non ci ho più pensato.

venerdì sera vado con amici all’inaugurazione di un bar in città e cosa trovo sul bancone? gli stessi volantini che erano affissi sui lampioni. decido di prenderne uno, tanto non mi costa nulla tenerlo in borsa. dopo una ventina di minuti vedo proprio lei, la fondatrice dell’associazione che se ne sta uscendo dal bar. troppo tardi anche solo per salutarla al volo, e poi, chissà se si ricorda di me. più tardi, seduta al tavolo, sento una mano sulla spalla, mi giro ed è lei. si è ricordata di me solo a metà, nel senso che si ricordava di avermi conosciuta ma mi aveva scambiata per un’altra persona. allora per alcuni minuti chiacchieriamo, le ricordo come ci siamo conosciute, mi racconta brevemente come è andata a finire con il progetto carceri, le dico che ho visto il volantino e che ci penserò, se venirci al primo incontro. mentre sono ancora lì al bar penso a un sogno fatto la notte prima che, in chiave simbolica, era legato al fatto che l’avrei incontrata.

parlo con un amico della storia relativa a quei volantini e lui mi dice “bisogna seguire i segni della realtà”.

io questa cosa devo ancora ben impararla a farla da sola, ma per fortuna che esistono gli amici che in un momento in cui tu non ci stai pensando ti richiamano l’attenzione su qualcosa che ti è sfuggito. e, come ho sognato sempre la notte prima, “bisogna lottare insieme fra amici”. lottare cosa? lottare per cosa? tutto. è insieme fra amici che conta.

io coi bambini ho sempre avuto una relazione strana, non sono mai riuscita ad entrarci molto in contatto. forse proprio perché io “devo riconciliarmi con la mia bambina interiore”.

i bambini sono il soggetto che meglio viene in fotografia: perché non hanno filtri. ma non fateli mettere in posa. un bambino in posa non è il bambino com’è ma come l’adulto vuole vedere quel bambino. i bambini in posa sono come quei bambini nel giardino delle rose all’inizio dei quattro quartetti di t.s. eliot: sono nascosti e trattengono il riso (“go, said the bird, for the leaves were full of children, hidden excitedly, containing laughter”). e dove, se non nell’onirico, cioè – in questo caso – nell’assurdo, nel non reale, i bambini si potrebbero trattenere dal fare qualcosa come ridere? nella realtà, i bambini sono bambini (grazie, o di f).

ci sono le prigioni con le sbarre, dietro le quali vivono le loro ore le detenute e i detenuti. Poi ci sono anche le prigioni mentali, dove siamo noi ad innalzare le nostre di sbarre. Dentro o fuori da un carcere, è indifferente” scrissi in quell’articolo sul progetto delle carceri.

mi chiedo cosa potrei fare io per i bambini e, egoisticamente, se loro potrebbero fare qualcosa per me. forse potrebbero aiutarmi a riconciliarmi con il mio io bambino interiore, con me stessa. perché la verità è che io non so amare. non so più come si fa, senza filtri. ma voglio ‘imparare’.

se non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli” (cristo)
“… entrerete nel regno dei cieli, cioè nel cuore della vita” (grazie, m)

lasciatemeli. lasciatemeli. lasciameli. lasciamela.

giovedì 17 settembre 2009

tutti giù per terra

questo qualcosa che mi tormenta non mi dà tregua.

labirinto di cui non si trova il centro. è lì, faticosamente vicino. o lontano. i centimetri acquistano soggettività nell’affanno concentrico di uno spazio e di un tempo che hanno l’aspetto di essere guardati.

i passi sono o abitudine incosciente di se stessa o progressione guardinga di chi esce di prigione ma non sa distanziarsi dai muri.

a piedi, ci si mette tempo.

tempo.

quanto tempo passerà fino al prossimo girotondo che sanerà la frattura fra sense and sensibility e suggellerà il patto d’amore eterno?

lunedì 7 settembre 2009

nella notte

ascolto malika ayane, il mio acquisto musicale di oggi. una voce che paolo conte ha definito arancione scuro e che sa di spezia amara e rara. una voce che insieme alle onde sonore con cui si fonde esprime il mio essere, stasera.

sulla mia lingua sgocciolano note di liquerizia. avrei voglia di un cilindro, ma l’unico fumo che ho in casa è alla mercé di un fantasma che schernisce l’ultima boa della mia fragilità. l’ultima cosa di cui ho bisogno è il galleggiamento flottante sulla realtà. a piedi nudi come sempre, reclamo il mio contatto con la terra.

non so parlare, perdo le parole come se scivolassero dalle tasche buche. non so nemmeno scrivere, ma scrivere è l’unica cosa che so fare. figuriamoci il resto. figuriamoci.

non è una buona azione. non è una preghiera. non è una parola. non è un’elemosina. non è una stretta di mano. non è un lavoro. non è un hobby. non è un’ora. ti richiede la vita. la vita.

mi.

sospesa in un limbo fra due mondi, in un tiro alla fune. abbandonare un capo e seguire l’altro, smettere così di soffrire. so già quale. qui, nella terra di mezzo, il mio corpo, la mia mente, il mio spirito, il mio cuore bruciano, rilasciando nell’aria atomi di commozione e molecole di turbamento. un po’ vivo - un po’ muoio.

paura di non dormire e paura di non riuscire a svegliarmi. sensazioni speculari di un mondo di mezzo che sprofonda nel lago che cade dagli occhi. un po’ emozione - un po’ assenza.

indietro no. at the still point of the turning world. instradata per andare troppo lontano. e allora perché? dormire un po’ come morire, un po’ come uccidere. si spegne l’atomo e muore. ne riaccende un altro. come code di fuochi d’artificio nella notte. dormire un po’ come metamorfosi, un po’ come camminare, un po’ come crescere. fammi capire. fammi parlare.

(rimini, part V)

facili cornici

"ho un'incredibile attrazione per i buchi"
"non conoscevo questo tuo lato maschile"
"..."
"..."




























è che ci puoi vedere attraverso
e il tuo o(b)biettivo è lì
su quel pezzo di mondo, in una cornice,
in un mondo di facili cornici

ma non sempre
a volte certi momenti vanno vissuti senza l'obiettivo
gli occhi incorniciano quel pezzo di mondo comunque
ed è un pezzo conquistato per sempre
(o per molto a lungo)
dal cuore nessuno lo porta via
(o forse il cielo)

(rimini, part IV; san marino; brescia)

colours in blue

elaborazioni



































(rimini, part III)

geometrica




















(rimini, part II)

venerdì 4 settembre 2009

sail away

instradata per andare troppo lontano.
se ci smascherassimo, ci salveremmo.

mercoledì 2 settembre 2009

onde

ho visto una farfalla volare sul mare
e poi perdersi negli azzurri
- quale dei due non lo so,
mentre la scia bianca
che nasceva nera a nord
curvava il cielo,
appeso alle ali di un gabbiano,
per poi meritare il sud
- come una cometa
fatta di luce, o di aquiloni

(rimini, part I)

venerdì 21 agosto 2009

candle

codardo affetto che ti consumi in tre minuti
e copri con le mani il volto di chi ti alimenta
con te non serve che la porta rimanga socchiusa
con te non serve una porta

il viola delle montagne attenua
quei molesti bisbigli che doppiano
le bocche dei lampi sulla città
con te non serve la parola

cade quel che deve cadere
con te non serve la luce

lunedì 17 agosto 2009

ortisei 1











ortisei 2

macro


















la sedicesima stella

m n e io sdraiati a guardare le stelle cadere e i desideri salire. nel mezzo, il cielo. tutto intorno, la notte.

lunedì 10 agosto 2009

secondi notturni


30 sec


6 sec


3 sec

mercoledì 5 agosto 2009

pas à pas

non smettere mai di guardarmi così come mi guardavi quel mattino in quel caffè parigino. e pensare che non sono mai stata in francia. qui l’aurait jamais cru.

il caldo pomeriggio d’agosto dilata i sensi fino a farli curvare verosimilmente su se stessi, facendo uscire dalle camicette colli di modigliani e fianchi di botero. la morte è quel rettilineo che si flette seguendo la sinuosità di ciò che c’è, ed è così che accondiscende alle pieghe del corpo, spande liquido nelle concavità di pensieri convessi, sfuma in granuli fino a svanire in dissolvenza nelle anse dello spirito. il n'est plus. au bout de la rue, jésus christ.

sur le soir sorge una luna che ha un aspetto metropolitano così borghese. quasi a scusarsi si trascina davanti un paravento di nuvole tarlato, ormai schiuse in un malcelato imbarazzo imputabile all’obbligo formale della circostanza. par une ironie du sort.

o la la, à la faveur de la nuit. la notte arriva rapida come il destino di uno che non lo cerca. questa musica d’una parigi un po’ retrò trasforma la mia via in un boulevard brulicante d’intenzioni relativamente importanti e solo l’aroma della liquerizia si stacca dal vocìo dei passanti. il sonno porterà il mio nome domani, quando il disco sfilerà l’orizzonte. elle s’appelle aube, le jour va pointer.

martedì 4 agosto 2009

e le consonanti?

c’è la musica. ci sono le parole.
c’è il silenzio, imbastito di perché e di punti fermi, di virgole e di sospensioni. c’è un ago che cuce su questo tessuto senza suoni l’ordito delle note e la trama dei vocaboli.

appoggio la mia seggiola in mezzo all’universo, non lontana dalla terra, e la guardo stupendomi il doppio come se io non capissi nemmeno la metà e meravigliandomi il triplo di coloro che non mi intendono neanche per un terzo.

ci sono le emozioni, che per esprimerle è stata prescelta e ci è stata donata la vibrazione delle vocali (le consonanti hanno altro nel loro destino). la vita dietro la voce.
c’è l’io bambino. s’è accomodato qua, tra le pieghe del divano e quelle di un cuore che si espande fino a intersecarsi col tuo, solo che spesso l’io e il tu sembrano non accorgersene. ma l’inconscio viaggia a tre metri dinanzi a noi.

ero in ospedale, sul letto. forse leggevo, forse contavo le ore passare, quando la sentii improvvisamente gridare, di nuovo. le sue urla erano pari alla sofferenza che esplodeva spaccandole i ventricoli in schegge che pompavano l’inerzia al posto del sangue. andai da lei, era accucciata per terra. mi accovacciai anch’io, non potei che sfiorarla, toccarle le ginocchia, sussurrarle che ero lì con lei, fra le sue lacrime e le sue pupille sbarrate. una tristezza inconsolabile. riprese a piangere. ma quell’attimo, quel globulo rosso per vene strizzate dall’alta tensione, aveva smesso. chissà se quell’istante. non lo so saprò mai.

c’è la donna. c’è la farfalla.

la mia sedia in mezzo all’universo è leggera come una piuma bianca. molta gente cammina sulla superficie di questo mondo e un giorno sono scesa dalla sedia e mi sono messa a salutarla. la donna coi capelli rossi e il foulard verde, l’uomo che andava a camminare al parco del mella, il nonno con la nipotina che aveva l’oro nei suoi boccoli, ho giocato con lei. uno dopo l’altro, alla fermata dell’autobus, sul pulmino, nei negozi. qualcuno rispondeva, qualcuno rimaneva straniato, qualcuno indifferente. ciao, buongiorno, sorridevo. ma ho smesso. avevo l’affanno, come a oskar nel film schindler’s list, quando alla fine si era reso conto che non poteva salvarne di più di così. né lui né io siamo dio. potrò anche non saperlo mai. potremo anche non saperlo mai dove e come si sedimenterà la nostra molecola d’amore, ma questo sappiamo: ognuno di noi è un globulo rosso fra globuli rossi e l’ossigeno mai finirà sprecato. nemmeno quello che mi è stato donato dalla sua pausa fra due pianti.

giovedì 30 luglio 2009

fra me e dio

"era una vita fa o un minuto fa che mi chiedevi di cosa odorano le stelle?

"se esse son luce nata e morta milioni di chilometri fa, perchè non fanno l'ultimo sforzo per avvicinarsi ancora un poco così che io le possa toccare?"

"perchè le tue dita sono fatte per passare attraverso i capelli della persona che ami, per scrivere le parole che disarmano le tue paure, per lenire le sofferenze di cuori troppo stanchi, per stringere le mani a persone che stai per conoscere, per accarezzare le pelli lisce e quelle deformate dalla malattia, per cucinare i piatti delle cene fra amici, per pizzicare l'elettricità delle corde di una chitarra, per far giocare i bambini"

"e le stelle cosa sono?"

"i capelli, le parole, i cuori, le mani, le pelli, i piatti, le corde, i bambini: sfiorali, e sentirai l'odore delle stelle"

mercoledì 29 luglio 2009

verso il filo catalizzatore

i miei capelli oggi sono notti nere che nascondono pensieri che brinano dallo stato aeriforme a quello solido. piramidi trasparenti, sfere maneggevoli, coni decisi.

quando, mio pensiero, condensi da aeriforme a liquido, non puoi che scendere dagli occhi, perdendoti così di nuovo nell'aria, evaporando le parole e le immagini che ti diedero forma. etere sei ed etere ritornerai.

ma il presente, solido, liquido ed aria insieme, rimane. su di esso vigila il desiderio vivido come una sentinella sui passaggi della sua metamorfosi, generato dalla chimica del reale.

martedì 28 luglio 2009

sleeping wide awake

sogno strano, qualcuno mi faceva una premonizione. dopo essere entrata nel dormiveglia, cosa che ha interrotto il sogno, ho guardato l'ora, le 6.16. dopo non sono più riuscita ad addormentarmi.

domenica 26 luglio 2009

questione di misure

e dopo una grande primavera, una grande estate. lo spero e ci credo. primavera intensa, estate di cambiamenti. -lavoro-. o anche semplice desiderio di conferme. -passioni-. tempo libero e tempo. forse sì, forse no. forse chissà. dentro il caldo e languido respiro di luglio e agosto, che sembra liquefare la direzione del pensiero, boccate di aria fresca, sotto le stelle.

chissà, magari stasera inauguro una serie di post dal mio balcone. tira una certa brezza, si ragiona meglio.

no, di capire, non si finisce mai.

per fortuna.

mercoledì 22 luglio 2009

tra un tasto nero e uno bianco, la seta

il pianoforte è quel suono che accompagna queste mie serate: siamo paralleli e in mezzo fra noi c'è la sintonia. c'è un autore che bene la esprime ed è ludovico einaudi. il suo modo di comporre e interpretare evoca in me suggestioni di lunghezze, emozioni di significati, una sensazione di corrispondenza.

non sono un'esperta, non so leggere la musica e spesso mi chiedo se sia capace di ascoltarla. sempre lì a chiedermi che significato abbia, a voler capire, a scervellarmi per scovare il giusto dizionario. con ludovico einaudi non è così. non mi chiedo cosa accadrà dopo e lascio che le note scivolino via nella naturalezza.

la sua musica aggira tutti i filtri e mi arriva direttamente lì, dove deve arrivare. non mi sforzo di capire, non forzo l'ascolto, che è diretto, immediato, limpido. i suoi brani mi sono sempre sembrati dei racconti e oggi, comprato un cd, un'antologia, leggendone il libretto scopro che effettivamente è così, che dietro ogni brano c'è una storia, che ogni brano è un racconto. come il suono circolare che riprende il movimento delle onde del mare ispirato al romanzo della woolf, o il suono battente che si rifà alla storia di un ippopotamo durante un viaggio in mali.

a lezione di linguistica imparai che il linguaggio umano è analogico, cioè ha la giusta sintassi (per dire) ma non la sufficiente semantica (per esprimere), mentre per la musica vale il contrario. è un linguaggio digitale, che ha la giusta semantica ma non la sufficiente sintassi.

con ludovico einaudi mi arriva la semantica ma anche quel pizzico di sintassi musicale.

ed entrambe scivolano su come mi sento io in questo periodo, scivolano perfettamente come un vestito di seta. morbido, serico, lieve. silenzioso. il silenzio fra due pensieri. è lì, che scivola. interstizio bagnato nel lirismo. in un'immagine, come quella di ezra pound, quel distico in cui un uomo fa la conoscenza di una donna stringendole la mano e quel contatto con la pelle liscia crea l'immagine, fa scattare un'emozione, dà origine a un pensiero. l'immagine nel silenzio fra due pensieri.

il pianoforte, in queste serate, è la mia semantica che si tuffa in acqua dal cuore. le mie parole, la mia sintassi, sono lì, sulla punta del cervello. suona quello che ho dentro. come se suonasse l'infinito, come se suonasse all'infinito, come se narrasse le ondulazioni del tempo, come se scrivesse le accelerazioni e le sospensioni della vita, come se portasse i fiori azzurri di t.s.eliot, come se portasse l'amore.

e inizio a pensare alle mie 14mila battute (spazi inclusi).

autoscatti (3)





lunedì 20 luglio 2009

release me

o father
i see the worlds on a rocking horse of time
i see the verse in the rain
i am myself, like you somehow
i'll wait up in the dark for you to speak to me
i'll open up
release me

release me
release me

(pearl jam)